Semplificare non è chiarire
Il 2026 europeo è l’anno della semplificazione. Il Digital Omnibus sull’AI Act è in vigore, quello sui dati è in negoziato, e il Digital Fairness Act, la proposta attesa su dark pattern, design che crea dipendenza e personalizzazione sleale, non è ancora stato presentato. A marzo oltre duecento organizzazioni hanno scritto alla Commissione una frase che mi è rimasta in testa: «“simplification” should not become a synonym for deregulation».
Hanno ragione. Ma credo che il problema sia ancora più a monte: confondiamo due parole.
Semplice e chiaro non sono sinonimi
Una regola semplice ha pochi elementi. Una regola chiara è capita da chi la deve applicare o subire. Le due cose spesso coincidono, ma non sempre.
«Il consenso deve essere libero, specifico, informato e inequivocabile» è una regola semplice. Ha prodotto il banner dei cookie: il sistema meno chiaro che la vita digitale conosca. La semplicità della norma ha spostato tutta la complessità sul design, cioè nelle mani di chi aveva interesse a usarla.
Al contrario, una regola più lunga può essere molto più chiara: «il pulsante per rifiutare ha la stessa dimensione, lo stesso colore e la stessa posizione di quello per accettare». Più parole, meno margine di manipolazione.
La complessità non sparisce, si sposta
È la lezione che ho imparato misurando documenti con l’LX Complexity Score. Quando si toglie complessità da un punto, si sposta altrove. Si accorcia l’informativa e la complessità finisce nei link. Si riduce l’obbligo e finisce nelle linee guida. Si deregola e finisce nei contenziosi, dove la pagano i più deboli.
L’art. 2 della Carta di Habeas Mentem dice: «La complessità non può trasformarsi in uno strumento di esclusione, né in un vantaggio per chi la produce». È il criterio con cui giudicherei ogni proposta di semplificazione. Non quante pagine toglie, ma chi paga la complessità che resta.
Che cosa dovrebbe fare il Digital Fairness Act
Se e quando arriverà, mi aspetto che faccia tre cose diverse da ciò che è stato fatto finora:
- regolare gli effetti, non le forme. Invece di elencare i dark pattern (diventa vecchio in sei mesi), stabilire che un’interfaccia non può rendere una scelta sfavorevole all’impresa più costosa, in tempo o in fatica, di quella favorevole;
- invertire l’onere. Quando una decisione è mediata da un ambiente progettato, deve essere chi lo ha progettato a dimostrare che non lavora contro la persona. È l’art. 10 della Carta, e non è un’utopia: è come funziona già la responsabilizzazione nel GDPR;
- accettare la misura. La comprensione delle interfacce si può osservare e verificare. Una norma che lo riconosce dà alle autorità uno strumento e alle imprese un obiettivo.
Una nota sul mercato
Chi lavora tra UE, Regno Unito e Stati Uniti lo vede già: l’FTC e il CMA britannico si muovono sugli effetti, non sulle liste. L’Europa rischia di arrivare ultima con lo strumento più vecchio. Per le imprese il consiglio pratico è non aspettare la norma: progettare interfacce che reggano a un test di simmetria tra accettare e rifiutare. Non costa molto. E sarà, quasi certamente, la regola di domani.
Nell’ultima norma che vi hanno presentato come «semplificazione», chi paga la complessità che è rimasta?
Rispondi via emailRiflessione personale, non costituisce parere legale.