La prova spetta a chi progetta
La Commissione europea dovrebbe presentare a giorni il Digital Fairness Act. Prima di leggere il testo, metto per iscritto cosa cercherò: non un altro elenco di divieti, ma chi deve dimostrare che un'interfaccia è leale.
Il Digital Fairness Act è nell'agenda indicativa della Commissione europea per l'11 novembre. È la nuova legge sulla correttezza nel digitale: dark patterns, design che crea dipendenza, abbonamenti facili da attivare e difficili da chiudere. La data può slittare. Il tema no.
Scrivo adesso, prima di leggere il testo. Così tra qualche giorno potrò confrontare quello che speravo con quello che arriva. Questo sito è un registro: serve anche a questo.
Il problema non sono le regole che mancano
Le regole ci sono già. Pratiche commerciali sleali, clausole abusive, diritti dei consumatori, Digital Services Act. Eppure, nella consultazione della Commissione, il 69% dei rispondenti ha detto di aver avuto difficoltà a disdire un contratto online. Il 62% si è visto rinnovare un abbonamento senza ricevere un promemoria.
Le associazioni dell'industria dicono che basta applicare meglio le norme esistenti. Hanno un punto: una legge in più, scritta male, non aiuta nessuno. Il rischio di sovrapposizioni è reale.
Ma "applicare meglio" non basta, per due motivi.
Il primo è che il labirinto ha molte porte laterali. Il divieto di interfacce ingannevoli del DSA non si applica alle micro e piccole imprese, ai motori di ricerca, ad alcuni servizi come certi videogiochi.
Il secondo è più profondo. Oggi è chi subisce il design a dover dimostrare di essere stato spinto dove non voleva andare. Una persona sola contro un'interfaccia testata su milioni di utenti. Con esperimenti che non vedrà mai.
Invertire l'onere
In Habeas Mentem lo scrivo così: la comprensione si presume, e chi progetta l'ambiente di scelta deve dimostrare di non averla aggirata.
Non è un'idea astratta. È una regola di distribuzione del rischio, come tante nel diritto. Chi ha le informazioni porta la prova. E qui le informazioni le ha tutte chi progetta.
Cosa vuol dire, in pratica?
Uscire deve essere facile quanto entrare. Se ti sei abbonato in due passaggi, devi poter disdire in due passaggi. È una regola che si conta, non si interpreta.
Chi personalizza deve saper spiegare perché. La personalizzazione non è illegale. Diventa un problema quando usa le debolezze di chi sceglie. La domanda è chi deve provare la differenza.
La lealtà si dimostra con i dati, non con le dichiarazioni. Le imprese misurano già tutto: conversioni, tempi di permanenza, abbandoni. Gli stessi strumenti possono dire se le persone hanno capito cosa stavano scegliendo. È il lavoro che facciamo con Neuro Legal Cortex, misurando la lettura del diritto. La comprensione si misura, la mente non si legge.
Cosa cercherò nel testo
Non conterò i divieti. Un elenco di pratiche vietate invecchia in fretta: il design cambia più veloce del legislatore. Cercherò tre cose.
Chi porta la prova. Se resta tutta sulle spalle del consumatore, avremo un'altra liturgia: regole che celebrano la libertà di scelta senza proteggerla.
Se ci sono parametri misurabili. "Facile come entrare" si verifica. "Non manipolativo", senza criteri, è una discussione infinita.
Se la regola aiuta anche chi progetta bene. Molte imprese vogliono costruire interfacce leali e non sanno cosa basti. Una regola chiara è una protezione anche per loro. Chiarezza, non semplicità. Umanocrazia, non burocrazia.
Per chi fa impresa in Europa, o vende in Europa da Londra o da New York, il consiglio pratico è uno: non aspettate il testo finale. Fate oggi il test della porta d'uscita. Contate i passaggi per disdire. Se sono più di quelli per entrare, avete già la risposta.
Quando la proposta sarà pubblicata, la leggerò con questa lista accanto. E vi dirò se ci siamo.
Riflessione personale, non costituisce parere legale.