La liturgia del consenso
Il GDPR definisce il consenso con quattro parole precise. Deve essere una manifestazione di volontà libera, specifica, informata e inequivocabile.
Poi aggiunge regole concrete. Se il consenso è chiesto in una dichiarazione scritta che riguarda anche altre questioni, la richiesta deve essere chiaramente distinguibile dal resto. E revocare il consenso deve essere facile quanto darlo.
Il considerando 32 chiude il cerchio: il silenzio, le caselle preselezionate o l'inattività non dovrebbero configurare consenso. Nel 2019 la Corte di giustizia è tornata proprio su questo punto, nel caso Planet49, che riguardava una casella preselezionata per i cookie.
Dal rito alla scelta
Eppure, ogni giorno, il consenso che diamo assomiglia poco a questa definizione. È un gesto. Un clic su "accetta tutto" per far sparire un riquadro. Ripetuto decine di volte, finché diventa automatico.
In Habeas Mentem lo chiamo liturgia del consenso. Un rito che conserva la forma di una scelta, ma ne ha perso la sostanza. Le parole sono giuste. Le condizioni per sceglierle davvero no.
Il problema non è chi clicca. È l'ambiente in cui clicca. Se la scelta arriva quando vogliamo solo leggere un articolo, se rifiutare costa tre passaggi e accettare uno, se il testo è lungo e vago, la libertà diventa una parola.
Cosa si può fare
Tre cose, da subito.
Chiedere il consenso solo quando serve davvero. Ogni richiesta inutile rende più distratta la successiva.
Rendere il rifiuto visibile quanto l'accettazione. Va nella stessa direzione del principio per cui revocare deve essere facile quanto dare.
Verificare che la richiesta sia capita. Si può fare con test semplici: chiedere a un campione di persone cosa hanno appena accettato.
Il consenso ha senso solo se è una decisione. Tutto il resto è liturgia.
Quando è stata l'ultima volta che hai rifiutato un consenso online? Quanto ti è costato, in tempo e passaggi?
Rispondi via emailRiflessione personale, non costituisce parere legale.