Il tuo cervello può testimoniare contro di te?
L'ONU porta i dati neurali davanti all'Assemblea Generale. Il punto non è la fantascienza: è la fascia EEG che usi per meditare.
Il 15 ottobre l'ONU ha presentato all'Assemblea Generale un rapporto del Segretario Generale sulla neurotecnologia. Chiede di vietare gli usi coercitivi e abusivi, e di rafforzare consenso informato, validazione scientifica, controllo e tutela dei dati neurali.
Una frase mi ha fermato. I dati raccolti da dispositivi di consumo, come giochi, app di benessere e fasce EEG, potrebbero essere acquisiti da governi o usati come prova in un processo.
Non è fantascienza, è un'app
Pensavamo ai neurodiritti come a una questione di impianti e laboratori. Il rapporto dice un'altra cosa: il rischio arriva da prodotti che compriamo online. Li indossiamo per dormire meglio o concentrarci. Accettiamo i termini senza leggerli. Poi quei segnali restano da qualche parte.
Il rapporto definisce i dati neurali "uniquely sensitive personal data". Sono d'accordo. Ma la sensibilità non basta a proteggerli, se il canale d'ingresso resta il solito clic su "accetto".
Misurare la comprensione, non leggere la mente
Nel mio laboratorio usiamo EEG e fNIRS. Per questo la domanda mi riguarda da vicino. Misuriamo quanto fatica una persona a leggere una clausola, non cosa pensa. Lo facciamo con volontari, per uno scopo dichiarato, con dati che servono a riscrivere il testo, non a giudicare chi lo legge.
È una linea che in Habeas Mentem provo a tracciare così: la comprensione si misura, la mente non si legge. Il primo uso rende il diritto più chiaro. Il secondo trasforma il cervello in un archivio consultabile da altri.
La differenza non la fa la tecnologia. La fa la destinazione del dato. Lo stesso segnale può migliorare un contratto o diventare un indizio in tribunale.
Cosa serve davvero
Tre cose, semplici da dire e difficili da fare. Un divieto chiaro di usare dati neurali contro chi li ha prodotti. Un vincolo di scopo che non si sblocca con un consenso di massa. E informative progettate per essere capite, perché nessuno dovrebbe cedere il proprio cervello in una pagina che nessuno legge.
In Europa il GDPR offre già categorie particolari e limiti di scopo. Negli Stati Uniti alcuni Stati si sono mossi con leggi dedicate. Ma il rapporto ONU sposta la discussione dove deve stare: non sulla privacy, sulla libertà di pensare senza essere osservati.
Riflessione personale, non costituisce parere legale.