Il click finge di essere una decisione
Ulisse si fa legare all'albero maestro prima di passare davanti alle Sirene. È il primo contratto della letteratura occidentale in cui qualcuno protegge la propria volontà futura da un ambiente progettato per piegarla.
Oggi le Sirene hanno un'interfaccia. Il pulsante "Accetta tutto" è grande, colorato, a portata di pollice. "Gestisci preferenze" è grigio, piccolo, tre schermate più in là. Il diritto guarda il risultato — un consenso c'è stato — e si dichiara soddisfatto.
La presunzione di comprensione
Il nostro sistema giuridico si regge su una finzione utile: basta informare perché la persona abbia capito. Pubblico l'informativa, notifico le condizioni, metto a disposizione il documento. Da lì in poi, la responsabilità di capire è tua.
Per secoli questa presunzione era inevitabile: non c'era modo di sapere che cosa succedesse nella testa di chi leggeva. Oggi non è più così. Possiamo misurare quanto tempo serve per leggere un testo, dove lo sguardo si inceppa, quanto carico cognitivo produce una clausola. Ciò che diventa possibile, prima o poi, diventa dovuto.
Il rito senza contenuto
Il click è diventato una liturgia: un gesto che produce liceità senza produrre comprensione. Non è colpa degli utenti, che sono razionali nel non leggere quaranta pagine per un'app da 2,99 euro. È un problema di architettura.
In Habeas Mentem propongo un'inversione: invece di chiedere alla persona di dimostrare che la sua volontà era viziata, chiediamo a chi ha progettato l'ambiente di dimostrare che non lo era.
Non serve abolire il consenso. Serve un rito onesto.
Se dovessi dimostrare che il tuo banner, la tua informativa o il tuo onboarding non lavorano contro l'utente, come lo faresti?
Rispondi via emailRiflessione personale, non costituisce parere legale.