Il cervello al lavoro
Il 30 settembre il governatore della California ha firmato un pacchetto di leggi sull’uso dei sistemi automatizzati nel lavoro. Una di queste, l’AB 1883, limita la sorveglianza dei lavoratori, compresi gli strumenti che inferiscono gli stati emotivi o raccolgono dati neurali. A febbraio il Garante privacy canadese aveva aggiornato la sua interpretazione: i dati neurali sono informazioni sensibili.
In Europa, nel 2026, non ho trovato provvedimenti specifici né dell’EDPB né del Garante italiano sui dati neurali. Si potrebbe leggere come un ritardo. Io la leggo come un equivoco.
Non è il segnale, è l’inferenza
L’Europa ha già strumenti forti. L’AI Act vieta dal 2025 i sistemi di riconoscimento delle emozioni sul luogo di lavoro, salvo ragioni mediche o di sicurezza (art. 5). Il GDPR protegge i dati sanitari e biometrici (art. 9). Il problema è che entrambi ragionano per categorie di dato. E un segnale EEG, preso da solo, spesso non è né un dato sanitario né un dato biometrico in senso tecnico.
Luciano Floridi, nella prefazione a Mente e Tecnologia, lo dice meglio di me: «Il consenso si dà sulle parole di un documento, non sulle inferenze che il segnale rende possibili». Il valore, e il rischio, non stanno nel tracciato. Stanno in quello che se ne ricava: attenzione, fatica, stress, reazione a una notizia, a un capo, a un collega.
La California, con tutti i limiti di una legge statale, ha scritto la cosa giusta: guarda a ciò che lo strumento inferisce, non solo a ciò che raccoglie.
Il lavoro è il caso più difficile
Nel lavoro il consenso non funziona. Lo sappiamo da sempre: c’è uno squilibrio di potere che lo rende sospetto. Con i dati neurali c’è un problema in più. Chi indossa una fascia per la concentrazione non sa che cosa sta cedendo, perché nemmeno chi la vende sa del tutto che cosa si potrà inferire tra due anni.
Nel mio studio con l’LX Complexity Score abbiamo misurato i documenti con cui si acconsente alle interfacce cervello-computer. Cento lettori senza formazione giuridica, EEG e fNIRS. Nessun documento sotto la soglia sperimentale di accessibilità. Ora immaginate quel documento consegnato da un datore di lavoro, il primo giorno, insieme al badge.
Tre domande che l’Europa dovrebbe farsi
- Il divieto dell’art. 5 sul riconoscimento delle emozioni copre anche gli strumenti che misurano «attenzione» o «carico cognitivo»? Se la risposta è no, la porta è aperta.
- Ha senso trattare il dato neurale come categoria a sé, o è meglio regolare le inferenze, qualunque sia il sensore? Io propendo per la seconda: tra cinque anni la stessa inferenza arriverà da una telecamera o da una tastiera.
- Chi dimostra che uno strumento non inferisce ciò che non dovrebbe? Oggi nessuno. La Carta di Habeas Mentem propone di rovesciare l’onere: spetta a chi progetta l’ambiente dimostrare che le condizioni della scelta non operano contro la persona.
Per chi offre questi prodotti in più mercati (UE, UK, USA) il consiglio pratico è uno: progettare sul regime più severo per le inferenze, non per i dati. È l’unica scelta che regge al prossimo cambio di norma.
Se lo stesso stato mentale si può inferire da un elettrodo o da come scrivete sulla tastiera, ha ancora senso proteggere l’elettrodo e non la tastiera?
Rispondi via emailRiflessione personale, non costituisce parere legale.