Habeas Mentem: il diritto di capire
Per secoli l'habeas corpus ha detto una cosa semplice: il potere non può prendere il tuo corpo senza rendere conto. Nessuno ti trattiene senza che un giudice guardi.
Oggi il punto di pressione si è spostato. Il potere non ha più bisogno di trattenere il corpo. Gli basta occupare l'attenzione, accorciare il tempo, orientare il giudizio. Lo fa senza violenza, attraverso schermate, notifiche, moduli e impostazioni predefinite. Da qui nasce l'idea su cui lavoro da anni: Habeas Mentem.
La finzione che regge tutto
Il diritto dei contratti, la privacy, la tutela del consumatore poggiano su una presunzione silenziosa: se ti ho informato, hai capito. Se hai cliccato, hai deciso. La chiamo presunzione di comprensione.
Per molto tempo è stata una finzione ragionevole. I documenti erano pochi, le scelte lente, e chi firmava aveva il tempo di leggere o di farsi spiegare. Oggi accettiamo decine di condizioni al mese senza leggerne una. Non per pigrizia: perché l'ambiente in cui scegliamo è progettato per farci andare avanti, non per farci capire.
Una finzione che non regge più il contatto con la realtà smette di essere una finzione giuridica. Diventa un alibi.
Cinque invasioni
Habeas Mentem è il diritto di comprendere, giudicare e decidere in condizioni non progettate contro di noi. Per renderlo concreto ho provato a nominare i punti in cui la mente viene invasa. Sono cinque.
L'attenzione, quando un'interfaccia è costruita per catturarla e non per servirla.
La comprensione, quando le informazioni ci sono, ma sono disposte in modo che nessuno le colga.
Il tempo, quando la decisione viene compressa in pochi secondi, con un conto alla rovescia o un pulsante che lampeggia.
Il giudizio, quando le opzioni sono presentate in modo che una sola sembri ragionevole.
La reversibilità, quando entrare costa un click e uscire costa una settimana.
Prese una per una, nessuna di queste invasioni è palesemente illecita. Insieme producono un consenso che ha la forma giuridica della volontà e la sostanza di un riflesso.
Invertire l'onere
La proposta centrale è una: spostare l'onere. Oggi è chi legge a dover dimostrare di essere stato ingannato. Io penso che, quando un ambiente di scelta è progettato da chi ne trae vantaggio, debba essere chi lo progetta a dimostrare che quell'ambiente permette davvero di capire.
Non è un'idea astratta. È lo stesso principio per cui è chi costruisce un'auto a dover dimostrare che i freni funzionano, non chi la guida. Lo chiamo test dell'ingegnere: se sai misurare quante persone cliccano un pulsante, sai misurare anche se hanno capito cosa stavano accettando. Se scegli di non farlo, è una scelta.
Qui c'è anche il limite che mi do. La comprensione si misura, la mente non si legge. Il diritto non deve entrare nella testa delle persone per proteggerle. Deve guardare l'ambiente che hanno davanti e chiedersi se è stato costruito per loro o contro di loro.
Il diritto europeo si muove già in questa direzione, a pezzi. Il GDPR chiede informazioni fornite "in forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile". Il Digital Services Act vieta le interfacce che ingannano o manipolano gli utenti. Manca ancora un principio che tenga insieme i pezzi. Habeas Mentem prova a esserlo.
Il libro è in chiusura. Su questo sito racconterò il percorso, le obiezioni che ricevo e gli strumenti che stiamo costruendo per passare dal principio alla prova.
Se un sistema sa misurare quanto velocemente clicchi, perché non dovrebbe essere obbligato a misurare se hai capito?
Rispondi via emailRiflessione personale, non costituisce parere legale.