Duemila sentenze che non esistono
Al 10 ottobre 2026 il database di Damien Charlotin sulle «AI hallucination cases» conta 2.184 decisioni in cui un giudice ha rilevato citazioni o precedenti inventati da un modello linguistico. Stati Uniti 1.492, Canada 233, Regno Unito 76, Italia 15. A settembre Reuters titolava che gli atti pieni di errori «surge despite three years of court sanctions».
Tre anni di sanzioni, e la curva sale. Vale la pena chiedersi perché.
Non è un problema tecnologico
La spiegazione comoda è tecnica: i modelli «allucinano», miglioreranno. È vera ma non basta. Un atto con una sentenza inesistente non è un errore del modello. È un atto che nessuno ha letto prima di depositarlo.
Ci occupiamo da anni di quanto poco le persone leggano i documenti che firmano: meno di uno su mille apre una licenza, servirebbero 76 giorni lavorativi l’anno per leggere tutte le privacy policy. Lo abbiamo sempre trattato come un problema dei clienti. Il database di Charlotin ci dice che è anche un problema nostro. La professione legale soffre della stessa malattia che diagnostica agli altri: il rito della firma al posto della comprensione.
Il paradosso dell’esperto
C’è un dettaglio che mi colpisce. Una sentenza inventata, a un avvocato esperto, suona giusta. Ha il nome plausibile, il numero plausibile, la massima plausibile. Il modello produce esattamente ciò che ci aspettiamo di leggere. Ed è proprio l’aspettativa a disattivare il controllo.
Negli studi sulla lettura lo vediamo di continuo: la familiarità con un genere testuale riduce l’attenzione, non la aumenta. Per questo nel mio lavoro con l’LX Complexity Score ho imparato a non fidarmi di un solo indicatore. Nel registro di questo sito c’è una voce segnata come «sbagliato»: pensavo che un sensore bastasse. Non basta. Serve convergenza tra segnali diversi. Lo stesso vale per uno studio legale: un solo controllo, umano o automatico, non basta.
Sei mesi per gli ordini
Il decreto italiano di adeguamento all’AI Act, pubblicato l’8 ottobre, dà agli ordini professionali sei mesi per adeguare i propri regolamenti. È un’occasione rara. La tentazione sarà scrivere un divieto generico o un obbligo di «uso consapevole». Sarebbe un altro rito.
Proverei a scrivere regole che si possono verificare:
- ogni citazione in un atto deve essere aperta e letta da una persona nella fonte ufficiale, con traccia del controllo;
- chi firma dichiara quali parti sono state prodotte o riviste con strumenti automatici;
- lo studio tiene un registro degli errori intercettati, perché è l’unico modo di sapere se il processo funziona;
- la formazione obbligatoria include esercizi su testi falsi plausibili, non solo lezioni sulle norme.
La domanda vera
Non credo che il futuro della professione sia scrivere meno con le macchine. Sarà scrivere molto di più, e meglio. Ma un avvocato che non legge ciò che firma vende una cosa che non ha più: il giudizio. Le 2.184 decisioni non raccontano il fallimento di uno strumento. Raccontano quanto valore perde una firma quando nessuno, dietro, ha capito.
Nel vostro studio, chi ha letto per ultimo, nella fonte ufficiale, la sentenza che citate più spesso?
Rispondi via emailRiflessione personale, non costituisce parere legale.