Di chi è un pensiero misurato?
Le interfacce cervello-computer non sono più solo dispositivi medici. Fasce per la concentrazione, auricolari che rilevano l'attività elettrica, visori che registrano dove si posa lo sguardo. Strumenti venduti come benessere o produttività, che raccolgono dati prodotti direttamente dal sistema nervoso.
La domanda giuridica è semplice da porre e difficile da risolvere: a chi appartengono quei dati, e cosa se ne può fare?
Le prime risposte
Alcuni ordinamenti hanno iniziato a rispondere. Il Cile nel 2021 ha modificato la propria Costituzione per proteggere l'attività cerebrale e le informazioni che ne derivano. Negli Stati Uniti il Colorado nel 2024 ha incluso i dati neurali tra i dati sensibili della propria legge sulla privacy, e la California ha seguito pochi mesi dopo.
In Europa il GDPR non nomina i dati neurali. Possono rientrare tra i dati sanitari o biometrici, ma non sempre: un segnale che misura l'attenzione durante il lavoro non è necessariamente un dato sanitario. Il rischio è una zona grigia proprio dove servirebbe più chiarezza.
Il punto che mi interessa
Scrivo di BCI e diritto da anni e una cosa mi sembra chiara: il problema non è solo la privacy. Un dato neurale non dice soltanto chi sei. Può suggerire cosa stai per fare, prima che tu lo decida. Può essere usato per adattare ciò che vedi mentre lo stai guardando.
A quel punto proteggere il dato non basta. Bisogna proteggere il processo con cui formi un giudizio. È lo stesso confine che traccio con Habeas Mentem: si può misurare la comprensione di un testo, ma la mente non si legge.
Un datore di lavoro dovrebbe poter misurare l'attenzione dei dipendenti con un dispositivo neurale, anche con il loro consenso?
Rispondi via emailRiflessione personale, non costituisce parere legale.