Chi è il consumatore vulnerabile?
Il Digital Fairness Act è atteso per l'11 novembre. La partita vera si gioca su una parola: vulnerabilità. Ed è una questione di progetto, non di persone.
Tra due settimane, se il calendario regge, la Commissione europea presenterà il Digital Fairness Act. La data che circola è l'11 novembre. Sul tavolo ci sono le interfacce che spingono, il design che crea dipendenza, la personalizzazione che sfrutta le nostre debolezze, il marketing degli influencer.
Molti lo leggeranno come l'ennesimo pacchetto di obblighi. Io lo leggo come una domanda che l'Europa si sta facendo, forse senza dirlo apertamente: chi è il consumatore che il diritto vuole proteggere?
Il consumatore che non esiste
Per decenni il diritto dei consumatori ha lavorato con una figura di riferimento: il consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento. Una persona che legge, confronta, decide. Se riceve le informazioni giuste, sceglie bene. E se sceglie male, in fondo, è affar suo.
È una finzione utile. Ma è una finzione costruita per un mondo di vetrine e contratti di carta. Non per uno schermo progettato da squadre che testano ogni colore, ogni pulsante, ogni secondo di attesa, per ottenere un comportamento preciso.
La stessa Commissione l'ha ammesso. Il fitness check del diritto dei consumatori, pubblicato nell'ottobre 2024, ha concluso che le regole esistenti restano "relevant and necessary, but only partly effective in the digital environment". E ha stimato in 7,9 miliardi di euro l'anno il danno ai consumatori causato da pratiche digitali problematiche.
Solo in parte efficaci. Tradotto: abbiamo regole pensate per una persona che, davanti a certe interfacce, semplicemente non c'è.
La parola che deciderà tutto
Chi segue il dossier da vicino indica due nodi della negoziazione: come definire i dark patterns e come definire la vulnerabilità. Sembra una questione tecnica. È la questione politica.
Se vulnerabile è solo il minore, l'anziano, la persona in difficoltà economica, allora il Digital Fairness Act sarà una legge di tutela per categorie. Utile, ma ai margini. Il resto di noi continuerà a essere trattato come quel consumatore medio che legge tutto e capisce tutto.
Se invece si riconosce che la vulnerabilità non è una caratteristica della persona, ma un effetto dell'ambiente, cambia la prospettiva. Siamo tutti vulnerabili, in certi momenti e davanti a certe architetture. Alle undici di sera, stanchi, con un conto alla rovescia che lampeggia. Davanti a un abbonamento che si attiva con un clic e si disdice in sette passaggi. Non perché siamo fragili. Perché l'ambiente è stato progettato per trovare il punto in cui lo diventiamo.
È il cuore di quello che sto scrivendo in Habeas Mentem. Il diritto continua a presumere che abbiamo capito. Che il consenso dato sia consenso informato. Che la scelta fatta sia una scelta libera. Questa presunzione di comprensione regge solo se nessuno ha progettato l'ambiente contro di noi. Quando qualcuno lo ha fatto, l'onere dovrebbe spostarsi: non sono io a dover dimostrare di essere stato manipolato, è chi ha costruito l'interfaccia a dover dimostrare che si poteva capire.
La comprensione si misura
Qualcuno obietterà: come si stabilisce se un'interfaccia o un testo erano comprensibili? Non è un giudizio soggettivo?
Meno di quanto pensiamo. Con Neuro Legal Cortex misuriamo come le persone leggono il diritto. Nel capitolo che ho scritto per Mente e Tecnologia abbiamo applicato l'LX Complexity Score in uno studio esplorativo su 100 persone, con EEG e fNIRS. I documenti analizzati superavano tutti la soglia sperimentale: densità sintattica a 72 su 100, distanza semantica a 68, contro una soglia di 45. Nessuno sotto soglia. È uno studio iniziale, non una verità definitiva. Ma dice una cosa semplice: la difficoltà non è un'impressione. Lascia tracce misurabili.
La comprensione si misura. La mente non si legge. Questa distinzione conta. Non chiedo al diritto di entrare nella testa delle persone. Chiedo di verificare se l'ambiente in cui decidono rende possibile capire. È un controllo sul progetto, non sulla persona.
Per questo spero che il Digital Fairness Act non si limiti ad allungare l'elenco delle pratiche vietate. Gli elenchi invecchiano in fretta: ogni divieto genera la sua variante creativa. Servono anche criteri di progettazione. Chiarezza, non semplicità. Meno scelte, più libertà. Un percorso di uscita lungo quanto quello di entrata. Informazione organizzata secondo il modo in cui le persone pensano, non secondo l'ordine degli articoli di legge.
Chi progetta prodotti digitali dovrebbe vederla come un'opportunità. La compliance si può progettare. Un'interfaccia che si fa capire non è un costo: è un vantaggio che si dimostra. E per chi lavora tra Europa, Regno Unito e Stati Uniti, la direzione è la stessa ovunque, anche se con strumenti diversi: l'equità digitale si giudicherà sempre più dal disegno, non dalle dichiarazioni.
Tra due settimane vedremo il testo. Io guarderò prima di tutto una cosa: quale persona ha in mente il legislatore quando scrive "consumatore".
Riflessione personale, non costituisce parere legale.